Il cibo in casa nostra era soggetto a periodi di abbondanza e periodi di scarsità, dipendeva dalle ricorrenze religiose e dalle usanze stagionali.
L’arrivo della Pasqua era atteso da noi ragazzi con grande trepidazione poiché significava l’arrivo delle grandi abbuffate.
Era consuetudine preparare, da parte delle donne di casa, almeno una settimana prima del giorno della Resurrezione di Cristo, le cresce di Pasqua, quelle dolci e quelle col formaggio. Un’usanza, questa, che viene ancor oggi portata avanti.
Da noi, se ne facevano tante poiché eravamo una famiglia molto numerosa; 7-8 pentole di quella dolce e una decina di quella col formaggio; all’incirca un centinaio di uova.
C’era un gran scalpitare in cucina per una buon giornata. Vedevo mia nonna preparare degli impasti enormi poi li divideva in piccole porzioni che disponeva nelle pentole.
Queste ultime, alla fine, venivano sistemate su di una tavola posta accanto al fuoco affinché l’impasto lievitasse. Quando la lievitazione era quasi ultimata mio padre si accingeva ad accendere il forno a legna. Solitamente si bruciavano fascine di biancospino, tralci di viti e ginestre perché sprigionavano aromi che andavano ad arricchire la fresca fragranza delle cresce. L’aroma di ginestra in particolare si espandeva tutto intorno a casa e stuzzicava dolcemente l’appetito.
Non era necessario essere presenti durante la sfornata, il profumo delle cresce giungeva silenzioso alle narici, e noi ci precipitavamo come razzi dentro casa impazienti di rigustare quei sapori deliziosi che il nostro palato non assaggiava da un anno. La prima crescia ancora fumante se ne andava in un baleno, fetta dopo fetta, accompagnata dai brontolii di mia nonna che diceva che dovevamo aspettare che si raffreddasse perché calda si metteva sullo stomaco.
Si durava a mangiare la crescia per una decina di giorni. Per me era una vera delizia, ogni giorno mi tagliavo la mia fetta poi andavo in dispensa, a prendere una salsiccia di maiale sott’olio, anch’esso fatto in casa, e me ne scappavo via alla chetichella per non farmi sorprendere da mia madre o da mia nonna perché non volevano che le mangiassimo solo noi ragazzi. Come me anche i miei fratelli e le mie sorelle andavano a rubarle e finiva sempre che il barattolo si svuotava ed i grandi non ne avevano assaggiata nessuna.
La merenda con crescia e salsiccia non poteva essere più squisita, mi leccavo pure le dita finito di mangiare.
A volte capitava che dopo la prima manche di cresce, una volta finite, ne seguiva a breve distanza un’altra; ma tutto dipendeva dagli ingredienti che c’erano in casa e pure dal tempo che mia nonna e mia madre avevano a disposizione. Quando succedeva per noi la festa era doppia… ricominciava il giro delle scorpacciate.
Anche quando si faceva il pane in casa era un altro momento di gioia. Mia nonna usava poi la stessa pasta per fare la crescia col rosmarino oppure con la cipolla, non ne faceva però più di una decina e prima del calar della notte le avevamo divorate tutte: erano la nostra cena per quella sera. Anche in questa occasione l’aria s’impregnava di aromi invitanti, la fragranza del pane fresco andava a mescolarsi con l’aroma del rosmarino e della cipolla, un abbinamento, a mio dire, da stuzzicare anche i palati più esigenti. |